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Torino dice no all’addio alla RAI: «Una grave perdita per il patrimonio culturale»

today5 Giugno 2026

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Torino dice no all’addio alla RAI: «Una grave perdita per il patrimonio culturale»

Sotto l’ombra della Mole Antonelliana, il cuore storico della comunicazione italiana è in subbuglio. I microfoni di Italia No Limits, il programma condotto da Roberto Poletti su Giornale Radio, si sono accesi sul presidio di via Verdi 31, dove lavoratori e sindacati hanno dato vita a una mobilitazione spontanea ma determinata. Al centro della tempesta c’è la decisione dei vertici di viale Mazzini di inserire lo storico Palazzo della Radio nel piano delle dismissioni immobiliari. «Stiamo manifestando oggi qui per esprimere la contrarietà alle scelte aziendali in cui si prevede la vendita di alcuni immobili storici del gruppo», spiega Anna De Bella, segretario regionale della Fistel Cisl, intervenuta in diretta durante la trasmissione. Non è solo una protesta sindacale, è il grido di una città che vede svanire un pezzo della propria identità.
«Vendono un museo»: l’identità di Torino messa all’asta Il Palazzo della Radio non è un ufficio qualunque; è un simbolo architettonico del 1938 che ha visto nascere la radiofonia italiana. Per chi scende in piazza, l’alienazione di questo bene è un atto senza ritorno. «La vendita di questo edificio storico rappresenta per la città una grave perdita per il patrimonio culturale legato alla storia della radiodiffusione italiana», denuncia con forza De Bella ai microfoni di Giornale Radio. Il paragone utilizzato dalla sindacalista colpisce nel segno: «È come se si vendesse un museo, una parte della nostra storia da cui è uscita un’Italia nuova e migliore». La vendita si inserisce in una strategia più ampia che ha già colpito via Cernaia e che minaccia altri luoghi simbolo come Palazzo Labia a Venezia o il Teatro delle Vittorie a Roma.
Lo smantellamento silenzioso: Torino periferia della produzione Oltre le mura e il valore storico, c’è una preoccupazione industriale profonda che riguarda il futuro operativo della sede piemontese. La paura è che la vendita dell’immobile sia il preludio a uno svuotamento definitivo. «Stiamo assistendo a uno smantellamento proprio della produzione RAI sul territorio piemontese», attacca Anna De Bella. I dati parlano di un baricentro che si sposta inesorabilmente verso Milano e Roma, lasciando a Torino le briciole. La denuncia è chiara: «Piano piano vediamo che molte attività vengono spostate e qui non viene data alcuna attività produttiva». Senza investimenti concreti sui centri di produzione locali, il rischio è che via Verdi diventi un guscio vuoto destinato solo al mercato immobiliare.
Cinquecento professionalità a rischio: il tesoro umano della RAI La crisi non è fatta solo di bilanci e immobili, ma di persone. All’interno del polo torinese operano circa 500 lavoratori, un bacino di competenze che spazia dalla produzione tecnica agli uffici del Canone TV. «Ci sono delle grandissime professionalità all’interno della produzione RAI di Torino», ricorda De Bella, sottolineando come questo capitale umano non venga valorizzato adeguatamente. In via Verdi trova spazio anche l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, definita dalla sindacalista come «un grande patrimonio non solo per il Piemonte, ma per l’Italia». Ignorare queste eccellenze significa, secondo i lavoratori in presidio, tradire la missione stessa del servizio pubblico.
L’appello alle istituzioni: non spegnete la storia La battaglia del sindacato non si ferma al marciapiede davanti agli studi. La questione è già approdata sui tavoli della politica locale nel tentativo di fare fronte comune. «Abbiamo fatto diversi interventi presso il Comune di Torino e la Regione Piemonte denunciando questo smantellamento», conferma De Bella. L’obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema che riguarda tutti i cittadini, non solo gli addetti ai lavori. La radio è parte della cultura italiana e, come ricorda con orgoglio il segretario della Fistel Cisl chiudendo il suo intervento, «la radio è nata anche qua a Torino». Spegnere via Verdi significherebbe ammutolire una delle voci più antiche e autorevoli del Paese.

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